Paolo Crepet

Voi, noi

Sull'indifferenza di giovani e adulti
Einaudi, 2003

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Voi, noi

PREFAZIONE
La tenda la montavano d'inverno, poco prima delle feste di Natale. Abitavo in una grande piazza, talmente grande che la chiamavano prato, contornata da un filo di portici bassi e tozzi, nei quali quella stagione lasciava la foschia meno densa, sgranata, popolata di cappotti scuri. Era in quell'immenso slargo che il telone si gonfiava d'aria e di fantasia come la malia di una mongolfiera: accadeva una mattina, appena la luce del giorno restituiva geometrie e senso a quel luogo altrimenti incongruo ai miei sogni. Tutto seguiva un ritmo lento, contrappuntato dal rumore dei colpi secchi delle mazze che spingevano nel terreno i grandi chiodi per imprigionare la tenda, e dalle grida e dalle urla: finalmente la tela assumeva la sagoma di un enorme fortilizio eretto come per sortilegio ogni anno, proprio lì davanti alle mie finestre, proprio nei giorni in cui le figure del presepe venivano scartate dai fogli di giornale. E iniziava l'attesa.

Mio nonno adorava il circo, per via delle bestie ma soprattutto dei giocolieri e dei funamboli. Aveva strane teorie sul numero massimo di palle che un uomo è in grado di far volteggiare nell'aria, o sulla forza che occorre avere nei polsi per reggere una piramide umana. Ne sapeva qualcosa, lui, che da giovane faceva parte della Vis Pesaro, una squadra di ginnastica artistica: la sua specializzazione erano gli anelli e la sbarra. Si vedeva dal suo fisico asciutto e tosto, agile come la sua capacità di immaginare. Ha continuato a battermi a braccio di ferro fin quando ero già adolescente.

Non abitava con me nella piazza, mio nonno, ma qualche via dietro la basilica di Santa Giustina. Sapeva che era arrivato il momento, veniva a prendermi in bicicletta, mi faceva sedere sulla canna e senza dire una parola si dirigeva verso la tenda. Sentivamo già i barriti degli elefanti e i leoni che ruggivano invano nella nebbia: a mio nonno luccicavano gli occhi, e anche a me. La notte quei richiami selvaggi arrivavano fin dentro la mia camera, sotto la trapunta di lana, ma non mi spaventavano, pensavo a mio nonno che l'indomani avrebbe aspettato che finissi la scuola per andare a curiosare tra le sbarre della recinzione.

Cercavamo soprattutto i lama. Non perché fossero belli, anzi, erano spelacchiati, ma avevano una caratteristica straordinaria: sputavano. Secondo i calcoli di mio nonno, gli esemplari più integri potevano arrivare anche a tre o quattro metri: passavamo ore intere a verificarlo… non era facile provocarli e quando avevamo perso ormai le speranze… splash… partiva un grumo di saliva… Una volta aveva centrato la giacca di mio nonno. Orgoglioso di lui, l'avevo visto sbalordito e ferito a morte come un eroico cavaliere medioevale.

Finalmente era arrivata la notte della grande magia, la prima rappresentazione: andavamo sempre e solo io e lui, in famiglia tutti rinunciavano all'ultimo momento. A me non importava granché, anzi: il circo era il luogo di mio nonno e mio.

Lo spettacolo iniziava con le trombe, noi avevamo fretta. I lama non li facevano mai vedere, e i leoni erano troppo vecchi e rallentati, non ho mai visto mio nonno ridere con i clown: era troppo teso, aspettava i funamboli. Gli piacevano quelli russi, avevano muscoli possenti, colli taurini eppure sembravano leggeri quando si arrampicavano sulla fune per raggiungere la piattaforma, lassù nel cielo del circo. Li vedevo con difficoltà, ormai erano diventati piccoli, la gente cadeva ammutolita caricando l'aria di rispetto e di timore, si percepiva la nuvola di talco con cui si incipriavano le mani, poi i tamburi rullavano grevi. Mio nonno era in estasi.
Non ricordo il nome, ma era di leggenda. Faceva l'equilibrista, il più bravo, il più coraggioso. Camminava aiutandosi a volte con una barra leggera, percorreva molti metri a un'altezza infinita, solo qualche impercettibile barcollio, passo dopo passo ci sovrastava sorretto dal silenzio: c'era fierezza nei suoi gesti cauti, ma era lontano, inaccessibile. Non era con me, ma sopra.

Tante volte ho ripensato all'artista senza nome, a mio nonno che ne esagerava le gesta per mesi, eppure il ricordo si mescolava a un'indefinibile sensazione amara. Come se quell'uomo rappresentasse qualcosa che dovevo temere: l'indifferenza, l'arte di camminare su una fune sospesa sopra le case del mondo, senza toccarne nemmeno una.
L'equilibrista è capace di estraniarsi da tutto e da tutti, di non pensare a nulla e a nessuno, dunque di non dipendere. Non si possono provare emozioni quando si cammina su un filo teso a una distanza enorme dalle cose, non si deve sentire alcuna sensazione. Né appartenere, aggrapparsi a una storia, possedere un'esistenza: si vive sospesi proprio come quel filo che in un momento - un attimo che dura in eterno - è l'intera esistenza.

Indifferenza è percepire il nulla, il vuoto e costruirci attorno una casa capace di difendere da tutto. Indifferenza è abbeverarsi di anestesia. Il funambolo, l'indifferente, vive solo il segno sotto la pianta dei piedi: quella retta breve, dal calcagno all'alluce, è per lui l'unica forma di spazio esistente, il resto non è. Il dolore del peso del corpo dell'equilibrista che schiaccia la fune colpisce l'altro dolore - quello del mondo - e lo annienta.
Indifferenza è sospensione di luoghi, radici, identità. Indifferenza è vuoto di relazione, assenza sensoriale, totale privazione d'affetto, sottrazione morale.
Molti adolescenti assomigliano a quegli equilibristi russi ma non lo sanno. Camminano sospesi sopra teste di adulti che non guardano in su, verso quelle corde tese, né si accorgono degli sforzi immani di quei giovani per dire che vivono, della loro angoscia di non poter guardare alle cose terrene, alla realtà così afona ormai. Indifferenti costretti a camminare sopra adulti indifferenti, perché non c'è contaminazione tra gli uni e gli altri, solo uno spazio vuoto dove volteggia il silenzio. Eppure i ragazzi non vorrebbero dover deambulare così lontani dal mondo, vorrebbero contatti, strette di calore.