Paolo Crepet
archivio news

Da "Yourself" n°10 Novembre 2004, 03/11/2004

La merendina, un’obesità autarchica

di Paolo Crepet

Uno degli spettacoli più raccapriccianti dei nostri tempi è quello che si può osservare all’entrata e all’uscita di una scuola: sembrano degli sherpa, piccole creature costrette a trasportare sulle spalle pesi inverosimili, nemmeno dovessero portare con sé il necessario per sopravvivere per mesi. Sembra una regola pensata da una mente molto sadica: migliore è il nome e la considerazione di un istituto, più grandi devono essere gli zainetti dei suoi piccoli iscritti.

Non si tratta, per la verità, soltanto di enormi sussidiari o di giganteschi vocabolari, ma anche di più leggeri ma altrettanto voluminosi involucri: le merendine.Già il nome intimidisce qualsiasi genitore. In tutto il paese è diventato quasi impossibile trovare una mamma o un papà disposti ad opporsi all’invasione di ogni genere di schifezza la pubblicità proponga quotidianamente alle famiglie italiane.I dati sono allarmanti e provengono, neanche a dirlo, dagli Usa, il paese più ciccione del mondo. Adesso anche l’Europa è corsa ai ripari e stiamo trasformando i nostri figli in futuri clienti di dietologi, personal trainer, psicologi. In realtà la dieta nasconde una necessità: quella della relazione. Fino ad oggi non abbiamo mai pensato di mangiare da soli: un bambino prende il latte, viene nutrito, rifiuta il cibo e con ciò mette in essere un ricatto d’affetto. Non c’è nulla di individuale nel cibarsi e nelle ritualità che l’accompagnano.

Infatti negli Usa il cambiamento nel modo di alimentare i figli è cambiato non per esigenze biologiche ma squisitamente organizzative. La famiglia americana ha smesso da decenni di esistere in quanto gruppo affettivo, decidendo di diventare sommatoria di individui ciascuno con i suoi tempi, ciascuno con la propria quotidianità. Dietro a qualche bella immagine pubblicitaria di famiglia che siede assieme alle sette di mattina per scaldarsi un toast o per bere un succo vitaminico, c’è l’esatto contrario di quel pseudo-paradiso: c’è la fretta, la corsa all’ufficio o a scuola. E poi un lungo silenzio che dura una giornata intera. In questo disfacimento di ritualità collettive la relazione affettiva deve recuperare i propri sensi di colpa e il cibo è tradizionalmente un terreno molto adatto. Ecco che la merendina non viene a riempire un vuoto nutrizionale, al contrario cura un senso di inadeguatezza genitoriale. Se mio figlio mangia molto vuol dire che sta bene e dunque io, da genitore, non ho sbagliato in nulla. Se mio figlio rifiuta il cibo, automaticamente mi sento in colpa, penso che la mia presenza sia lacunosa. La merendina ha successo perché risponde ai bisogni indotti nei bambini dalla pubblicità: la quale ovviamente non fa leva sui contenuti nutrizionali, ma sull’identità. Se un bimbo si presentasse a scuola con un sano sfilatino con il salame sarebbe immediatamente estromesso dal gruppo di amici: cibarsi invece di quel tipo particolare di merendina dice chi sei, se sei adeguato ai tempi e alle mode, se sei socialmente accettabile.Il rito della merendina rinchiude in sé anche un’altra insidia: la solitudine, la tendenza ad una crescita autarchica del bambino. Per quanto la pubblicità ci stia provando in tutti i suoi messaggi, non riuscirà mai a fare comunicare generazioni diverse attraverso la merendina: essa è e rimane cibo per bambini, solo per loro. Il vecchio pane e salame era trasversale, lo mangiava il nonno, lo portava il papà al lavoro e il bambino nella cartella. Oggi un bambino vuole comprare attraverso la tortina un pezzo della sua propria identità che è tale nella misura in cui si distingue da quella delle generazioni che lo precedono. Il problema non è dunque nei tassi d’obesità, ma piuttosto nella fruizione sempre più solipsistica del cibo all’interno della rete familiare. In futuro potremmo trovarci a mangiare ognuno il proprio pasto da soli, tristemente autarchici.