Paolo Crepet
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Roma, 10/11/2004

Adolescenza e segreti

di Paolo Crepet

Quando un adolescente scrive sul proprio diario, con chi intende comunicare?
La coscienza di Zeno, Il diario di Anna Frank, I quaderni dal carcere, Le ragazze scrivono più dei ragazzi, Diario e ribellione.


Liceo scientifico Isacco Newton di Roma
CREPET: Sono Paolo Crepet e faccio lo psichiatra, mi occupo di giovani, di adolescenti e dei loro genitori. Questo è quello che faccio quotidianamente e questo forse sarà anche l'oggetto della discussione di oggi. Parliamo di segreto e di un suo simbolo: il diario, una specie di cofanetto della nostra privacy, che, da sempre, ha avuto un ruolo strategico nella nostra vita e che, credo, lo abbia anche per voi generazione cibernetica, che avete anche tanti altri diari in Rete, forse molto più sofisticati di quelli che avevamo noi.
Adesso c'è una brevissima scheda filmata, dopo di che cominciamo a parlare.
Sally Mara è il personaggio di un romanzo di Raymond Queneau. È una ragazza irlandese di 18 anni, che ha cominciato a tenere un diario, il giorno della partenza per Parigi del suo professore di Francese, di cui è segretamente innamorata. Lui le ha promesso di scriverle, ed è l'attesa delle sue lettere, rare, ma accompagnate talvolta da alcuni regali, a scandire il ritmo delle giornate. Le sue prime scoperte in materia di amore, anatomia e sesso, Sally le fa con un certo ritardo, vista l'età. Man mano che i suoi orizzonti si allargano però, annota tutto, giorno per giorno. Le pagine che ne escono sono un miscuglio disordinato di esperienze, impressioni, domande, scoperte, dalla prima volta che un uomo ha allungato le mani su di lei, alla relazione tra suo fratello ubriacone e la cuoca, dalla compassione per sua madre, che è stata abbandonata dal padre, alla scoperta di profumi, vestiti e biancheria intima, avvenuta grazie alle riviste che, di tanto in tanto, il malizioso professore le manda dalla Francia. Ogni giorno Sally aggiunge un episodio, magari del tutto insignificante, o una parola nuova, che comincia a usare in modo maniacale, perché le sembra che suoni bene. O ancora una sensazione diversa o un'osservazione sul carattere delle persone che la circondano. Così Sally capisce pian piano che sta diventando una donna, che il mondo attorno a lei, con l'eccezione di sua madre, ha smesso di considerarla una bambina. Succederà anche con l'amato professore, tornato in visita, che le farà provare l'emozione del primo bacio, un'esperienza seguita subito dopo dalla perdita della verginità, e, successivamente, dal matrimonio. Proprio le nozze, però, la portano ad abbandonare la scrittura. La fase delle scoperte e la necessità di annotarle in un luogo protetto è terminata e con essa si conclude anche il diario intimo di Sally Mara.


STUDENTE: Professore, nel diario confluiscono varie componenti: il concetto di segreto, il diritto alla privacy e il bisogno di comunicare. Ma quando un adolescente scrive sul proprio diario, con chi intende comunicare?
CREPET: Principalmente con se stessi, cioè con quella parte che sta crescendo, che è l'identità. Scrivere il proprio diario è una possibile modalità per distinguere e capire, quando finisce l'infanzia e comincia l'adolescenza, quando un bambino, una bambina non cercano più gli altri, i genitori, ma si chiudono nella loro stanza: quello è l'inizio dell'adolescenza. Naturalmente può avvenire in varie età. A volte non avviene mai. Ci sono degli adolescenti che hanno una settantina d'anni. Sono dei signori - lo vediamo tutti i giorni -, che sono molto adolescenti anche quando dovrebbero essere molto maturi. C'è la necessità di stare soli, la necessità di avere un proprio mondo, la necessità di essere autarchici, cioè di badare a se stessi, non dico dal punto di vista economico, dico dal punto di vista, per esempio, sentimentale. Non dover dire tutto alla mamma, al papà, allo zio, al fratello grande e nemmeno agli amici. Il diario è il massimo del segreto possibile. Ha un'ambiguità: è scritto, quindi come tale potrebbe essere letto, potrebbe essere violato, e questa possibilità questo
naturalmente piace: È come lasciare una busta chiusa su un tavolo. È chiusa, ma è sul tavolo, è su un luogo pubblico. La potrebbe vedere la mamma, le potrebbe venir la curiosità di sapere cosa c'è scritto e naturalmente questo fa parte dell'ambiguità del rapporto tra giovani e adulti.


STUDENTESSA: Per un certo periodo di tempo ho tenuto un diario segreto, perché mi serviva come sfogo o comunque per annotare un fatto, per non dimenticarlo mai. Adesso non lo scrivo più perché riesco a parlare dei miei fatti privati un po' con tutti. Comunque penso che quella del diario sia stata un'esperienza importante, anche perché lo scrivere aiuta a riordinare le idee. Secondo Lei questo è possibile solo per gli adolescenti, che attraversano una fase della loro vita piena di incertezze, o, anche per gli adulti?
CREPET: Ma, naturalmente, ognuno la pensa in maniera diversa. Quello che vi posso dire, sulla base della mia esperienza professionale, è che di segretezza noi abbiamo bisogno come dell'aria che respiriamo, a tutte le età. Io credo che oggi noi stiamo attraversando un periodo particolarmente volgare, da questo punto di vista, in cui tutta la parte di intimità è spiattellata in pubblico. Ci sono dei signori e delle signore molto noti della nostra società, che annunciano i essere rimaste incinte, per esempio. Fanno una conferenza stampa. Oppure chiamano i fotografi quando nasce il proprio figlio, oppure annunciano via fax di essersi "sfidanzati". Per arrivare poi ai casi più clamorosi. Il Presidente degli Stati Uniti, che è costretto coram populo mondiale a parlare dei fatti suoi - perché fatti suoi sono! di quello che fa o non fa o che, se mai, interessa forse sua moglie, ma non certo il mondo. Per questo uno dei tre oggetti che ho scelto per parlare oggi con voi è un disco di Lucio Battisti, perché noi siamo reduci da un altro di questi esempi di scempio dell'intimità, della segretezza. Lucio Battisti ha deciso, essendo un uomo molto popolare, di non esserlo, di essere segreto a se stesso, di farsi i fatti suoi, in casa sua, di morire come vuole, dove vuole, senza dovere dire la diagnosi a chiunque. Questa è stata una cosa che ha irritato la gran parte dei giornalisti, la gran parte della stampa e una parte dell'opinione pubblica, che, affamata di questo, vorrebbe sapere quanti globuli rossi erano scesi, possibilmente se aveva l'AIDS o chissà quale altra tremenda malattia, per poi dire: "Ecco, vedi, l'avevo visto un po' magrino". Tutto questo credo che faccia parte di un orrendo mondo e società, in cui l'intimità, il segreto, è sparito. E questo è un guaio enorme, perché noi abbiamo bisogno della nostra identità, in quanto anche parte occulta, parte segreta, parte celata. Noi abbiamo bisogno anche di una nostra doppia vita. Questo non vuole dire elogio all'ambiguità, vuol dire l'elogio alla nostra segreta intimità.

STUDENTESSA: Spesso il diario viene visto come uno strumento di sfogo, un modo per isolarsi dall'esterno. Ma mettere per iscritto le proprie emozioni, le proprie sensazioni, le proprie esperienze non significa in qualche modo anche essere legati ai propri ricordi, non voler dimenticare il percorso che in adolescenza si è fatto?
CREPET: Questo bisognerebbe poterlo dire ad un'età che non è la sua. Lei dovrebbe dirlo tra quarant'anni e vorrei vedere se Lei - non dubito, potrebbe anche essere -, ha davvero voglia di andare a vedere quei giorni. A volte sì. Io personalmente non sarei così curioso - se mai trovassi il diario di quando facevo il liceo - in questo momento della mia vita non vorrei andarlo a leggere. Credo dipende molto dalla vita che si conduce, dall'epoca in cui questa voglia o rifiuto affiorano. E quindi credo che non è sempre detto che noi vogliamo andare a vedere. È come sfogliare un album di fotografie di famiglia. Ci sono dei momenti a volte tristi, in cui uno ha bisogno di scovare nel passato, come un barbone fa con la spazzatura. Andare a ritrovare qualche cosa, non sa bene che cosa, ma c'è qualche cosa, qualche cosa di affettivo, qualche cosa che ti dia un minimo di amore, forse in un momento che di amore non ne ricevi molto. Allora, forse, una fotografia di una persona scomparsa, di una persona a cui eri legata, questo ti fa un enorme piacere. Altre volte hai bisogno di allontanare tutto questo, perché fonte di dolore. Quindi non è detto. L'importante è avere gli strumenti. Questa è la grande libertà di cui dovremmo poter godere; dopo di che, se uno li vuole questi strumenti, li usa, altre volte li lascia lì, in un vasetto, chiuso, buoni per la prossima volta.

STUDENTE: Possiamo dire che esistono due tipi di diario: il primo inteso come opera letteraria, come per esempio può esserlo La coscienza di Zeno, mentre il secondo è un libro, che parte da un diario segreto, per poi divenire di dominio pubblico, attraverso la stampa, come può esserlo il Diario di Anna Frank. Bene nel primo esempio, essendo il diario di un adulto, ha principalmente una funzione terapeutica, mentre il secondo, diciamo, ha in sé la richiesta di aiuto di una ragazza, appunto, nel tempo della guerra. Il dato base è che comunque, che sia l'adolescente a scrivere o che sia l'adulto, il diario ha in sé sempre
un messaggio. Lei che cosa ne pensa al riguardo?
CREPET: Penso che siano due esempi molto lontani tra loro. C'è un uso sociale - lei ha citato Anna Frank, io potrei citarle i quaderni di Gramsci, I quaderni dal carcere. Cioè ci sono state persone, che, in alcune occasioni della loro vita, - penso, per esempio, alla vita confinata di una persona che è stata ingiustamente, come è stato nel caso di Gramsci, confinato in una galera, e da lì trova nel diario, nei quaderni, nella corrispondenza che può avere un carcerato, l'unica speranza, cioè quella pedagogica, di insegnare qualche cosa. Tant'è vero che molte delle lettere di Gramsci erano poi indirizzate a un bambino. Così come Anna Frank probabilmente, consapevolmente o no, sapeva di avere una sorta di ruolo storico, straordinario, che era quello di raccontare un periodo della storia particolarmente infame, che è stato il nazismo, con tutto quello che è accaduto intorno al nazismo, e di dover essere protagonista di quella cosa. Poi c'è invece una battaglia interiore, che è il dolore della propria vita, il dolore dell'esistere, che è il diario che può tenere una persona, raccontando a se stesso i propri nodi di vita. Su questa seconda cosa ho qualche dubbio che necessariamente debbano essere pubblicate. C'è una sorta di esibizionismo, a volte succede, delle proprie malattie e del proprio malessere, che non sempre trovo giustificato. Io credo in una forma privata del dolore. Dopo di che esistono persone speciali, a cui tu consegni questo dolore, che può essere un amico, può essere uno psichiatra, può essere un prete, può essere la zia che ti è tanto simpatica. Non cambia molto naturalmente, però ho qualche dubbio sul fatto che tu debba ammorbare il mondo con i tuoi dolori esistenziali. Questo a volte è una sorta di nichilismo psicoanalitico, che io non ho mai amato molto, facendo pur questo mestiere.


STUDENTE: Spesso nella fase dell'adolescenza sono più volte le ragazze che scrivono che non i ragazzi. Forse per una diversa sensibilità? O forse sono altri i motivi che spingono di più le ragazze a scrivere, mentre i ragazzi si svelano in altri modi?
CREPET: Questo credo che sia un connotato storico della condizione dell'uomo e della donna. Spero che per voi sia un po' diverso, rispetto alle generazioni precedenti. Io sono stato giovane, ho passato buona parte della mia giovinezza al bar-biliardo, che era un luogo dove i ragazzi, solo i ragazzi, si incontravano. Si parlava di donne, di motorini e di quant'altro. E forse quelli erano i fogli del nostro diario, abbastanza beceri, superficiali, a volte anche un po' volgarotti, niente di cui essere molto orgogliosi. Ma allora funzionava così, perché funzionava una sorta di catena tra di noi, di affettività, di riconoscibilità del gruppo. Ecco, spesso le donne, ma io penso che le generazioni stiano cambiando - e molto -, le ragazze ai miei tempi uscivano un po' di meno che i ragazzi. Adesso spero bene che le cose siano diverse. Per cui il ricorso ad uno strumento intimistico com'è il diario, era quasi forzato. Abbiamo sentito una bellissima pagina nel filmato. Un quadro ottocentesco, in cui la donna segretamente amava una persona. Non lo poteva dire a nessuno, perché non sarebbe stata compresa, anzi sarebbe stata vilipesa per quell'amore. Io credo che oggi una ragazza va in discoteca e dice di amare sconsideratamente il professore di Latino. Non credo che succeda niente, spero, se non per il professore di Latino.

STUDENTESSA: Volevo sapere se il diario di un adolescente può essere considerato l'inizio di un processo di ribellione nei confronti delle cosiddette figure genitoriali.
CREPET: Credo di sì, così come tanti altri strumenti della crescita. La ribellione e il conflitto sono necessari, nel senso che sono una disperata lotta per affermare la propria diversità, disperata perché non sempre è coronata dal successo. La maggioranza di noi è destinata ad essere uguale a tutti gli altri, perché è più forte la pedagogia, sono più forti le istituzioni, è più forte la morale, più forte della nostra creatività, della nostra soggettività, della nostra capacità di esprimere noi stessi; il diario è una possibilità, una piccola possibilità, come sarebbe quella di dipingere: dipingi come vuoi tu, non dipingi come vuole la mamma, no? Quindi è un'espressione di sé. A volte questo è elemento di turbativa, proprio perché gli adulti, noi, vorremmo che voi foste nostre imitazioni. I genitori sono abituati a pensare ai figli soprattutto come dei cloni. Vorrebbero che assomigliassero terribilmente al papà e alla mamma. E questo è sconsiderato secondo me, assolutamente sconsiderato. Noi dovremmo amare i nostri figli perché sono diversi, ognuno per il suo talento, ognuno per le sue capacità, ognuno per il suo tipo di creatività. Guai a essere tutti uguali, guai a andare tutti bene a scuola. Non si capisce più niente. Se voi prendeste tutti nove in tutte le materie, sareste un ammasso indistinto di persone che hanno solo in comune una età. Fortunatamente siete persone tutte diverse, con storie diverse, con affettività diverse, con capacità di relazione diverse, con intelligenze e talenti diversi. Non serve che prendiate tutti nove. Ma la scuola è fatta così. Voi eravate molto espressivi a cinque anni. Farete la maturità, diventerete dei cubetti, tutti Verga nello stesso modo, da Bolzano a Trapani. Uno squallore!


STUDENTESSA: Non crede che spesso noi ragazze preferiamo scrivere invece di parlare, perché così evitiamo il confronto e le eventuali reazioni negative col nostro interlocutore?
CREPET: Penso proprio di sì. Penso che la scrittura sia uno strumento di creazione di uno specchio, in cui ci si può "leggere". Questo credo che faccia parte della difficoltà di leggere il diario il giorno dopo. Molte volte scriviamo delle cose, sull'onda delle emozioni: un grande amore, un grande innamoramento. Però se uno va a leggere una settimana dopo, magari si vergogna di quelle parole, perché erano troppo enfatiche, ti sembra di essere un po' troppo gasata, un po' troppo fuori dalle righe. Invece è utile sapere che noi siamo anche tante montagne russe, in cui si va su con grandi emozioni e poi si sprofonda anche con un po' di sconforto. Quindi il diario è un contenitore di grandi onde emozionali, emotive, che sono importanti. Noi non siamo una cosa, siamo tante cose. A un'ora di distanza non ci riconosciamo più come deve essere.


STUDENTESSA: Ma forse il fatto stesso di scrivere il diario sta nella speranza che qualcuno poi lo legga.
CREPET: Certo!


STUDENTESSA: Non è una cosa per noi.
CREPET: Non per tutti. Io credo che ci sia una versione autentica del diario, cioè quella: "Io scrivo per me e per nessun'altro che me". Tant'è vero che a volte si bruciano i diari, così come si bruciano le lettere d'amore, o le poesie. Perché? Erano dettate ad una persona. È come un amore, un amore immaginario, che sono gli amori più perfetti, perché iniziano quando vuoi e si smettono quando vuoi. Quelli invece corrisposti sono un po' più complicati e difficili da gestire. A volte, sono d'accordo con te, c'è un'esigenza di scrivere nella segreta speranza che tua madre capisca. Là dove non c'è una comunicazione verbale, là dove non c'è una comunicazione emotiva, allora vorresti in qualche modo surrettiziamente parlare a quella mamma che vuoi - e che non c'è -, dicendo di te cose che tua madre non sa o non vuole sapere. Allora non sempre questa cosa funziona. A volte ha funzionato. Comunque io penso che ci sia sempre un diritto del giovane, dell'adolescente a tenersi il segreto. Guai a noi adulti a profanare quel segreto. Solo se richiesti. Non c'è eccezione alcuna. Quando i genitori mi dicono: "Ma io l'ho dovuto fare perché si stava perdendo, aveva preso una brutta strada, volevo capire", rispondo che non si capisce rubando una pagina di diario. Non si capirà mai un figlio. Avremo rubato un giorno a un figlio, ma non l'avremo conosciuto di più. Nessun genitore ha capito qualcosa di suo figlio frugandogli le tasche o guardando nella borsetta, perché vuol dire che non c'è quella capacità, che non c'è quell'intimità, non c'è quell'empatia. E non la si crea certamente rubandola, anzi si crea ancora più distanza, perché quando poi il figlio lo scoprirà quel divario sarà diventato enorme. Non si fiderà più, neanche della mamma. E si isolerà. Questo è un rischio enorme.

STUDENTESSA: Quando avevo 14 anni, scrivevo il mio diario segreto, ma penso che nel mio caso fosse una forma di immaturità, perché avevo paura di comunicare con gli altri e di essere giudicata. Ma lei pensa che tutti i casi, di ragazzi e ragazze, che scrivono un diario segreto, siano una forma di immaturità?
CREPET: No, credo che sia più spesso una forma di infelicità. Credo che i diari siano stati soprattutto inventati dalle persone infelici. La felicità di solito porta a contatti, amicizie, amori. E quindi quella forma di comunicazione si sprigiona già con l'interlocutore naturale: il tuo ragazzo, i tuoi genitori, con cui hai un buon rapporto, insomma le forme realizzate della tua vita. Quando questo ti è negato in qualche modo, quando soffri, la sofferenza a volte è muta, non trova un interlocutore. E allora il diario in qualche modo ti aiuta, è l'ultimo amico segreto, è l'ultimo interlocutore possibile, formidabile. Guai al sofferente che avesse perso l'ultima pagina di carta su cui scrivere. Ci sarebbero state molte più morti nella storia dell'umanità, se non ci fossero i diari, perché i diari contengono, è l'ultima sacca, è l'ultima tasca, dove puoi mettere un po' della tua infelicità, un po' della tua imperfezione. Per questo poi, a distanza di anni, a volte, non la vuoi leggere quella cosa. Questo è un motivo per cui non vorrei leggere le mie pagine adolescenziali.


STUDENTESSA: Finora abbiamo parlato del diario, visto come mezzo di sfogo, all'interno del quale la ragazza, in modo particolare, mette a nudo le proprie emozioni e i propri sentimenti. Ma, a mio parere, è molto più semplice sfogarsi del tutto su un pezzo di carta che poi sappiamo di poter gettare, invece che su un diario che resta e che può essere alla portata di tutti.
CREPET: In questo caso bisogna usare dei diari con gli anelli. No, non è una battuta, nel senso che non vedo il diario come un archivio di stato della nostra vita. Se lo pensassimo così, sarebbe incombente, una cosa insopportabile, cioè quasi da servizi segreti. Ecco, noi non dobbiamo avere una zona, che è il Viminale, dove vengono archiviati tutti i nostri anni, non si possono cancellare, rimarranno scolpiti sulla pietra. No. Dobbiamo pensare di avere la libertà anche di cancellare. Poi magari te ne penti. Io mi sono pentito di avere bruciato pagine e pagine che avevo scritto ad una ragazza di cui ero follemente innamorato. Però le ho buttate via. In quel momento funzionava così, dovevo farlo, dovevo bruciare quel dolore. Forse adesso, a tanti anni di distanza, forse lo vedrei con occhi diversi, forse mi coccolerei. Però credo che ci sia questo, insomma. Poi naturalmente i diari non sono solo i cahiers de doléances della nostra vita, dove ci va tutta l'infelicità del mondo. Credo che si scriva anche quando le cose vadano bene, quando sei felice, quando sei contenta, quando finalmente Stefano, che non ti badava da mesi, finalmente ti ha invitato a mangiare una pizza. Credo che sia una buona notizia da scrivere sul diario. Tra cinque anni magari non saprai neanche più chi era Stefano, ma in quel momento lì andava bene.


STUDENTESSA: Lo scrivere un diario, qualsiasi che sia, un diario personale, anche un diario scolastico, non potrebbe essere comunque una sorta di isolamento? Il mio diario personale lo leggo solo io, è un isolamento, cioè io mi isolo in questo territorio protetto.
CREPET: Ma io credo che questo dipenda in qualche modo da un difetto della scuola italiana, che è quello di non accettare, di non consumare all'interno del tempo della scuola il tempo delle emozioni, di aver separato le emozioni dalla scuola. Questo credo che sia un difetto spaventoso. Io credo che un ragazzo non debba andare a scuola per imparare a memoria Carducci o per tradurre dal greco. Io credo che vada a scuola perché è il suo tempo, il suo spazio, il suo luogo, dunque il luogo anche delle sue conoscenze, ma anche delle sue emozioni, dei suoi affetti. Perché non si può parlare di innamorarsi a scuola? Ma non nei corridoi, non dentro i bagni, non nei minuti rubati, non nella settimana bianca, ma durante la lezione, non di Religione, ma di Latino, di Matematica. Perché io credo che un insegnante debba occuparsi - non intrufolarsi nei vostri sentimenti -, ma occuparsi dei vostri sentimenti. Perché, per esempio, questo misura la vostra capacità di amarvi. Non è possibile amare, se non vi amate, non è possibile essere capaci di amare nella vita, se non ci si ama un poco. E come si fa a sapere se una persona ha stima di se stesso, quando ha la vostra età? Perché sa tradurre Cicerone? No. Ecco. Allora la storia affettiva, la quotidianità affettiva emozionale è una parte fondamentale e strategica della vostra crescita. Voi andrete bene a scuola se vi riuscite ad amare. Una persona che ha stima di sé, all'interrogazione fa bene, anche se non ha studiato niente,
perché è simpatico, estroverso, se la cava, s'arrampica sugli specchi. Una persona che non ha stima di sé, può studiare per delle settimane, basta un colpo di tosse e scivola, si innervosisce, pensa che lo odiano tutti, che hanno scoperto tutti che non vale niente. Vedete? Allora i sentimenti, fin che sono relegati in un diario, fin che sono relegati solo in una parte segreta, vuol dire che noi adulti e voi giovani non comunichiamo su nulla, solo sul razionale, mentre noi dobbiamo comunicare anche sull'irrazionale. Non possiamo comunicare solo sui soldi che vi diamo, sul motorino che vi compriamo, sul sette in Latino che prendete. Quella è la parte più stupida e più superficiale che ci sia. Io voglio sapere se tu ti sei innamorata quest'anno, com'è andata, ma non per farmi i fatti tuoi. Non mi interessa sapere se si chiamava Claudio o Giovanni. Voglio sapere se tu ti senti contenta in quello che hai fatto. Un genitore non deve mai domandare: "Che cosa hai fatto", cosa che domandano tutti i vostri genitori, quando tornate alle due di notte, ma "Come sei stata". Tanto non glielo dite cosa avete fatto. Sarebbe una malattia mentale quella di raccontare i fatti propri ai genitori.


STUDENTE: Molti argomenti che andrebbero scritti in un diario, vengono invece inseriti in trasmissioni televisive, dove avvengono poi pubbliche confessioni. Questo da che cosa dipende? Da una estrema insicurezza delle persone, oppure da una mania di protagonismo? Perché, poi, questa gente ha bisogno - sembra - di una giustificazione popolare di quello che ha fatto.
CREPET: Ma quella è una delle versioni più raccapriccianti del mondo di oggi. Prima di tutto perché è falso. È tutto falso. Queste trasmissioni in cui i giovani simulano una discussione tra di loro o i genitori con i loro figli simulano un chiarimento o una baruffa familiare a me fa pietà, pietà per chi ci va e pietà per chi ascolta, naturalmente. È un voyeurismo. Siamo tutti guardoni dei fatti degli altri. Torno al discorso di prima: la mancanza di intimità toglie spessore alla nostra vita. Quando siamo tutti così permeabili, quando non esiste più intimità, spazio segreto, legittimità dello spazio segreto, vuol dire che non esiste più la nostra identità. Siamo ciò che la televisione vuole o ciò che la Maria De Filippi vuole. Dipende dai gusti.


STUDENTE: Abbiamo qui in studio una postazione Internet e cercando abbiamo trovato un sito dove c'è la recensione del Suo libro, Solitudini, della Biblioteca del Comune di Prato, qui al sito Internet www.comune.prato.it, dove appunto c'è la reazione del Suo libro, ed è abbastanza interessante. Abbiamo anche trovato il Diario di Anna Frank - c'è un'altra recensione - sul sito del CNR. Poi abbiamo anche trovato un diario virtuale, quindi un sito Internet, dove noi ragazzi possiamo scrivere le frasi che troviamo caratteristiche, che ci hanno colpito, che ci vengono in mente, e vogliamo che la gente sappia, sia a conoscenza di quello che noi pensiamo. Ma abbiamo anche trovato che possiamo scrivere delle poesie su questo sito. Attraverso Internet il mondo può venire a conoscenza di quello che noi pensiamo.
CREPET: Cerchiamo di capirci. Io credo che il diario debba contenere una parte non comunicabile. Se il nostro diario fosse completamente mandato via Internet, credo che finirebbe la funzione del diario. Credo che ci sia una differenza tra le letture che a te piacciono, le poesie che ti hanno incantato, le emozioni che hai provato. E questo credo che sia bello, straordinario, stupefacente, che oggi i giovani come voi possano comunicare questo al mondo, al pianeta intero. Questo è una cosa straordinaria. Una volta si poteva farlo sì e no, con i ragazzi del proprio quartiere, del proprio vicolo. Quindi questo è straordinario, però guai a mandare via Internet la propria anima.

STUDENTE: Magari però mandiamo via Internet determinate cose che noi vogliamo che gli altri sappiano, per condividere determinate cose, le nostre emozioni; è importante, perché così qualcun altro sa di provare le stesse cose che proviamo noi. È anche un aiuto.CREPET: Naturalmente sì, anche se poi le emozioni non possono essere comunicate Via Internet. Le emozioni sono anche lo sguardo, l'odore, una carezza. Non si può essere diventati così algidi che l'unica emozione che possiamo avere è mandare una poesia a un ragazzo sconosciuto di Okinawa. Credo che dobbiamo anche avere la possibilità di mandarla a quello del piano di sotto, sperando, domani, di vederci al bar. Quindi le emozioni sono anche pratica emotiva, sono anche comunicazione emotiva, non solo via Internet. E questo credo che sia importante. Poi, comunque, mantenere un pezzo di anima per sé. E questo il diario più segreto lo deve contenere. E questo è quello che nessuno di voi saprà e nessuno di voi deve sapere.