Paolo Crepet
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ANNA giugno 2004, 01/06/2004

Tratto da GUASTAFESTE di "ANNA"

di Paolo Crepet

Un giorno Albert Einstein aveva chiesto ad un astronomo: "capisco che lei si sia innamorato delle stelle, ma perché si ostina a contarle?". Ora uno studio dell'Istituto Superiore di Sanità afferma che il numero degli italiani depressi è il più basso d'Europa. Le ricerche servono non quando forniscono dati spettacolari, ma indicazioni utili per comprendere un fenomeno: il punto quindi non è contare i depressi. In ogni caso anche sui numeri qualche dubbio è lecito, non per mancanza di fiducia nei confronti della ricerca, ma per i limiti oggettivi di questo tipo di analisi. Occorre tener presente lo stigma che ancora oggi accompagna chi ammette di essere affetto da un disturbo psichico: scatta tutt'attorno un senso di sfiducia, a volte di evitamento. Chi soffre di depressione è tuttora considerato una persona poco affidabile: cosa succederebbe se magistrato ammettesse di essere in terapia farmacologica per quella patologia?
L'aspetto più criticabile di questo studio è infatti quello di sottovalutare la tendenza all'ipocrisia un aspetto tipicamente italiano: quella reticenza che inquina ogni pubblica ammissione dei propri limiti, l'amore più profondo per il mascheramento. Un carattere oggi arricchito da una particolare coazione alla perfezione, molti sembrano voler competere con altri senza poter lasciare spazio a dubbi, difetti, nei. Un popolo che inneggia alla chirurgia plastica come potrebbe non adorare l'idea di potersi magicamente cambiare anche i propri connotati mentali, asportare le proprie cicatrici emotive alla ricerca di un innocente e banale candore dell'anima. Ecco diffondersi l'idea della depressione come macchia da lavare (privatamente) per poter sfoggiare il vestito della normalità. In televisione -aspetto metaforico della società- si può e si deve ammettere di tutto: meschinerie, tradimenti, fatuità ma mai un aspetto autentico della propria anima. Meglio pubblicamente cornuti che depressi, meglio esibire un tatuaggio che una reale denigrante disperazione.
Capire che proprio nei nostri limiti risiede la vera identità non è facile. La normalità -ovvero l'irreale assenza di fragilità e sregolatezza- diventa così una nuova chimera mediatica, ciò che possiamo esibire. Ma il limite, al contrario, è funzionale alla comprensione di noi stessi: esattamente come il sassolino nella scarpa ci aiuta a ricordarci che possediamo un piede. Conoscere e ammettere i propri difetti significa predisporsi a superarli. Se la depressione segnala l'incapacità dell'individuo a progettare, possiamo finalmente chiederci se stiamo costruendo una comunità più felice e se siamo disposti a modificare qualcosa della nostra vita per tendere ad una vita dignitosa e gioiosa.
Questa indagine dunque non dice che siamo i meno depressi d'Europa, ma solo che non siamo capaci di ammettere di non essere più quel popolo rattoppato ma sorridente che ha rappresentato un'iconografia non scontata dell'identità nazionale. Ha proprio ragione Alda Merini quando dice che dovremmo ricominciare inventando una scuola della gioiosità per i nostri figli.