Paolo Crepet
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ANNA settembre 2004, 01/09/2004

Tratto da GUASTAFESTE di "ANNA"

di Paolo Crepet

Luogo: scuola media superiore, West Yorks, Inghilterra. Protagonisti: gruppo di bulli quindicenni. Vittima: un bambino di undici anni. Accaduto: i bulli, in un intervallo di scuola, circondano, spintonano e gettano a terra la vittima; poi la picchiano selvaggiamente fino a spezzargli un braccio.
A questo punto qualcuno direbbe che si tratta di un riprovevole atto di bullismo, aggiungerebbe che sono episodi tanto frequenti da non essere più degni d'attenzione.
Effettivamente anch'io mi trovo a parlare di quanto è accaduto in quella scuola inglese non certo spinto dall'indignazione di fronte all'ennesimo atto d'ignobile prevaricazione giovanile, quanto perché sollecitato da un aspetto che rende quella cronaca ancor più inquietante: durante il pestaggio, infatti, uno degli assalitori ha estratto il telefonino -uno di quelli che possono ritrarre immagini- e ha fotografato le varie fasi della violenza compresa la frattura del braccio. Non contento di ciò, il ragazzo ha pensato bene di inviare i documenti fotografici, via internet, agli amici.
L'immediata associazione d'idee ci porta alle terribili immagini dei terroristi che hanno sequestrato e sgozzato le loro vittime, inviando poi al mondo intero le immagini della loro immane crudeltà. La violenza infatti si è appropriata di un ulteriore ingrediente di squisito sadismo. Fino a poco tempo fa, potevamo vedere solo le fotografie dei massacri e dei bombardamenti, poi i filmati in diretta in cui, occasionalmente, un reporter riprendeva ciò che di terribile si era trovato a documentare.
I mezzi d'informazione di massa erano dunque rimasti strumenti usati in modo tutto sommato occasionale. Oggi, internet permette un salto di qualità, utilizzabile a fini strategici, per ottenere consenso, per ricattare, per esercitare pressioni politiche o economiche.
Naturalmente questo non suscita solo raccapriccio, ma scova anche dentro di noi un'indicibile curiosità, una malcelata morbosità: oggi possiamo vedere una decapitazione in diretta, possiamo svolgere al rallentatore le immagini che raccontano di come un uomo si avvicina alla morte, di come piange e si dispera o chiede perdono. Possiamo vedere l'atto del boia, la sua determinazione. Infine il sangue, la testa mozzata, le urla dei fanatici, il corpo che si affloscia.
Tutto possibile da casa con un click, basta una rapida connessione e il nostro salotto -o la camera di un ragazzo- si trasforma nel colosseo più moderno che sia mai stato pensato. Immagini talmente potenti che qualsiasi indignazione diviene afona, sommersa dalle urla dei sanguinari.
Il tutto nel nome della libertà d'informazione. E voi pensate che quei ragazzi inglesi non abbiano voluto vedere fino all'ultimo fotogramma il video di quei massacri? Voi pensate che ora che sanno -proprio perché è arrivata sul loro computer- che la violenza umana può arrivare a tanto, per questo siano ragazzi migliori, più consapevoli, più maturi?
O non ritenete anche voi che la libertà senza maestri, l'educazione senza regole etiche porta inevitabilmente a replicare e far propria la più agghiacciante barbarie? Le nuove tecnologie, lo si voglia o no, comportano nuove responsabilità da parte degli adulti, altrimenti semineranno, oltre a nuove conoscenze, certezze sulle nostre malvagità. E i nostri figli saranno liberi di replicarle.
da Yourself agosto 2004
Qualche semplice riflessione a proposito del delitto di Cogne.
Ovunque sia stato in questi due anni e mezzo, ho incontrato persone, le più diverse, che mi chiedevano "mi scusi ma secondo lei". Ricordo una trasmissione televisiva alla quale collaboro da anni, era in diretta alle nove di sera, la signora Franzoni era stata appena scarcerata, quel dibattito fu seguito da oltre cinque milioni di spettatori: perché? In questi mesi molti hanno affermato, in modo a mio parere alquanto ipocrita, che si è trattato di un processo mediatico, che era stata superata la linea della decenza, che i processi devono essere celebrati in tribunale e non in tv. Tutto ovvio, scontato, giusto. Chi potrebbe mai sperare che i tribunali siano sostituiti da un talksow? Eppure da che mondo è mondo il male affascina, tanto è vero che alcuni grandi processi sono stati al centro dell'attenzione popolare ben prima che esistesse la televisione: basterebbe rileggere le magnifiche pagine scritte da Dino Buzzati per il Corriere della Sera all'epoca del processo a Rita Fort, la donna che aveva sterminato la famiglia del suo datore di lavoro nell'immediato dopoguerra.
Tuttavia non tutti i fatti di cronaca producono effetti analogamente morbosi, e perché ciò si realizzi sono necessari alcuni semplici presupposti. Il più elementare riguarda il processo d'identificazione. Se un atroce delitto coinvolge una famiglia di extracomunitari: quanti potrebbero identificarsi in uomini e donne, lontani per cultura, sembianze, lingua? Dunque, il principio che porta ad una curiosità di massa si basa sul gradi di similitudine che lo spettatore stabilisce con l'attore implicato.
Un secondo elemento riguarda la coralità dell'evento, ovvero esattamente ciò che si vuole criticare. Non accade mai che un avvenimento che riguarda una persona isolata o sola (un suicidio, per esempio) diventi fenomeno di massa, nemmeno quando la persona implicata è nota e popolare. In questo caso al massimo ci potrà essere curiosità, anche partecipazione, ma tutto è destinato a stemperarsi nel giro di giorni: eventi come quelli di Novi Ligure e di Cogne invece hanno mantenuto alta l'attenzione per molti mesi.
Per coralità intendo la presenza di persone e ruoli diversi, a vario titolo attivi nello svolgimento dei fatti, ma anche realtà in grado di nutrire e far sviluppare fantasie e congetture mentalmente eccitanti.
La vicenda di Cogne, tuttavia, consegna anche un aspetto non marginale. L'impressione avuta nell'accostarmi allo svolgimento dei fatti (intendo dire tutto quanto è accaduto dopo il delitto) ha prodotto in me un crescente imbarazzo nel constatare la capacità di operare una scissione nei confronti del cuore del problema: perché è potuto accadere? Lo dico da lettore di quotidiani: non ho rilevato la necessaria volontà di capire perché un bambino dovesse morire in modo così malvagio e violento. Questo mi è sembrato il lato più oscuro della vicenda (compresa la complessità dell'indagini). Ho letto di analisi di macchie ematiche, tempistiche, valutazioni sugli indumenti: aspetti importanti, ma è mancata la fondamentale analisi psicologica sulle motivazioni che hanno indotto una persona a uccidere in quel modo quel bambino. Se si può condannare una donna a 30 anni di galera senza che vi sia una ragionevole motivazione del suo gesto vuol dire che si ammette che si possa uccidere un bambino senza motivo: e ciò è inaccettabile dal punto di vista psicologico. E' come voler affermare l'esistenza del raptus, ovvero che ognuno può essere un assassino: l'esatto contrario di ciò che più di un secolo di psicologia dovrebbe aver insegnato all'umanità.