Paolo Crepet
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Roma, 13/10/2005

da "yourself" novembre 2005

di Paolo Crepet

Un ragazzo ricco una notte non sa cosa fare, è annoiato e un po' inquieto. Fa un lavoro importante, come il cognome che porta. Ma non gl'interessa nulla, forse pensa di essere al di sopra delle parti e di ogni sospetto, o forse è arrivato ad essere così indifferente a se stesso e al mondo che non gli importa granchè di ciò che potrà succedere. E succede. Succede che il festino cui partecipa non è di quelli propriamente alla moda, ma quelli che andrebbero nascosti perfino a se stessi. Succede che il ragazzo sente impellente la voglia di stordirsi, di annientarsi, di cancellare la sua stessa immagine dal mondo. E quale mezzo migliore di quella polvere di buona qualità che entra nelle narici rapida e ti fa sentire subito quell'effetto di sollievo e euforia, quella felicità chimica che fa a gara con quella non trovata nel mercato della quotidianità? E il ragazzo non si accorge più di ciò che fa, piano piano le sue capacità di attenzione e controllo si dilatano, il respiro rallenta, entra nel sogno.
E sogna forse di non essere lui. Di essere nato in una famiglia senza cognomi, di quelle fatte con madri affettive e padri reali, con nonni artigiani o contadini che hanno diviso con te il primo bicchiere di rosso e ti hanno detto che sudando e imprecando diventerai adulto. Sporcandoti le mani davvero, non per qualche settimana nell'officina del nonno. Crescere davvero provando e riprovando, senza la continua rassicurazione che tutto esiste già basta coglierlo, senza sapere che tutto ti è dovuto anche senza merito. Qualcuno che si aspetta davvero che tu sia libero e creativo, non parodia del tuo lignaggio, che tu inventi mercati e prodotti non t-shirt per giovani bene. Sogna di realizzare qualcosa di suo, non repliche, non vorrebbe applausi ancor prima di presentarsi sul palcoscenico ma "bis" convinti urlati da una platea incantata dal talento.
E poi si sveglia in un letto d'ospedale, che magari anche quello è suo, con le bugie dei medici, l'avidità dei giornalisti, l'adulazione di qualche quadrupede che "non si sa maiŠ meglio tenerseli buoniŠ".
Non è la storia di un ragazzo qualunque, ma nemmeno di un'eccezione. Basta cambiare quel cognome con uno meno blasonato, rimane la noia, il bisogno di non sentire più nulla nemmeno le prediche di papà o i lamenti della mamma. Storie di tanti ragazzi cresciuti nel lusso, conservati nella formalina dei privilegi più inauditi, ragazzi che rischiano di morire eleganti, con l'ultima t-shirt ma senza idee, senza essere stati abrasi dal coraggio vero, con alcun progetto che ronza in una testa vuota. E non può più nemmeno sognare di passare le sue giornate senza veline acquiescenti, consiglieri buffoni, periodici prezzolati.
Cosa possiamo fare noi adulti? Non blandirli, non proteggere la loro ignavia, non pronunciare mai la parola "poverini". Cominciando a capire che la loro debolezza è innazitutto il prodotto della nostra inconsistenza.